mercoledì 16 aprile 2014

CANDIDARSI VIA WEB............LA STUPIDITA' DEL VIRTUALE !!!!

La Democrazia squalificata: le “Europarie” del M5S

I posti in palio erano obiettivamente pochi: 73. I candidati a quei posti erano davvero molti, troppi forse, a sentire i vaghi mugugni di coloro i quali erano chiamati a votare alle “Europarie” del M5S per scegliere la composizione delle liste del MoVimento alle elezioni europee del prossimo 25 maggio.
Un primo dato: balzano all’occhio i molti collaboratori di parlamentari o di gruppi regionali: ad esempio Fabio Massimo Castaldo, fidatissimo assistente di Paola Taverna, o Stefano Girard, portaborse del senatore Marco Scibona, o ancora Salvatore Cinà, collaboratore dell’On. Nunzia Catalfo.
Altra categoria cui non si poteva negare un bel seggio a Strasburgo (o almeno la promessa di un seggio) è quella di coloro i quali si erano già candidati precedentemente alle “parlamentarie” ma senza successo: stiamo parlando, in sostanza, di quella categoria che Marco Travaglio definisce “i trombati”, definizione che applicare anche ai “”cittadini del M5S costituirebbe ovviamente un enorme oltraggio alla democrazia.
Quasi da manuale il caso di Marco Di Gennaro che, a soli 27 anni, ha alle spalle ben tre tentativi falliti di accedere alle stanze istituzionali: due come amministratore comunale (in due diversi comuni) e una candidatura alla Camera; nell’allegro gruppo c’è spazio anche per Giulia Gibertoni, docente di semiotica alla Cattolica di Milano.
Poi ci sono i candidati M5S che sembrano le esilaranti caricature fatte da Maurizio Crozza e invece sono davvero candidati a rappresentare l’Italia (non quella dei partiti, ma quella della gente!) in Europa. Marika Cassimatis promette che “lavorerà per rinegoziare tutto”; Fabrizio Bertellino vuole cambiare l’Europa usando il “futuro indicativo” (sarebbe interessante chiedergli di coniugare il congiuntivo futuro, una volta a Strasburgo); poi c’è la lezione di storia tenuta dalla cittadina Grazia Mennella: “Sono nata a Napoli, quindi provenienza Regno delle due Sicilie.
Poteva poi mancare un posticino per i curriculum kitsch? Ma certo che no! Eccone alcuni: Valeria Ciarambino si definisce “innamorata del M5s e di Luigi Di Maio”; c’è poi il candidato sintetico che si presenta così: “Vincenzo Viglione, svolgo libera professione nei servizi di Ingegnere Civile in cui mi sono laureato”; Giulia Moi sostiene di essere stata “la prima Erasmus in Italia” (ho sempre desiderato sapere chi fosse il/la fortunato/a: il fatto che vada a rappresentarmi in Europa mi riempie di gioia…) o ancora Maria Saija, “figlia di nessuno di importante economicamente o massonicamente”.
Un po’ di ironia fa sempre bene, ma la questione in realtà è molto seria: davvero basta un curriculum autocompilato con dati quantomeno strambi o del tutto inutili per essere valutati dai cittadini? Davvero la politica significa passare tre ore davanti a uno schermo e cliccare sui candidati che sembrano più simpatici? Mi si potrebbe obiettare che i partiti tradizionali non hanno fatto nemmeno questo. Sì, è vero, verissimo; ma se il sistema dei partiti è stato incapace di selezionare una classe dirigente onesta, competente e preparata, ciò non significa che la soluzione sia affidarsi a un metodo ancora peggiore.
E’ un po’ lo stesso discorso delle fantomatiche riforme di Renzi: è vero, verissimo, che bisogna innovare i meccanismi istituzionali, ma questa innovazione deve necessariamente essere in meglio; non in peggio. Cambiare per il gusto di farlo, o perchè va di moda, è la cosa più stupida che un sistema politico possa fare. E, a quanto pare, anche in questo Grillo e Renzi non sono poi così distanti.
La selezione dei candidati che rappresentano la Nazione (non lo dico io, lo dice quella roba vecchia e antiquata che si chiama Costituzione) dovrebbe essere una delle funzioni più delicate di ogni soggetto politico: partito o movimento che esso sia. Invece no; ormai sembra quasi che la selezione della classe dirigente sia un’operazione di marketing, sfrenatamente tesa alla sola dimostrazione di democrazia interna.
Io credo che la democrazia sia un’altra cosa: rispetto, ascolto e anche una dose di laica umiltà, intesa come uno sforzo teso ad ascoltare l’opinione altrui, a iniziare un dialogo con chi mi rappresenta nelle istituzioni o si candida a farlo. Il web è uno strumento utilissimo se, come tutti gli strumenti, è ben utilizzato: pensare la democrazia come un input algebrico da un tablet o da uno smartphone è una concezione distorta di democrazia. Perchè questa, più che “democrazia liquida”, potrebbe sembrare una forma di liquidazione della democrazia.

                                                                                                          Max

giovedì 10 aprile 2014

MOLTI COSE NON TORNANO!!!!

  • Racconto choc a "Le Iene"
  • Un militare racconta: "Gli italiani torturavano a Nassiriya"

Il racconto choc al programma tv "Le Iene" di un militare che nel 2003 si trovava nella base di White Horse. L'uomo parla di violenze e torture sui prigionieri interrogati dai soldati italiani durante la missione in Iraq. 


Prigionieri torturati, con la testa incappucciata e le mani legate con fascette da elettricista, che venivano sistematicamente malmenati in un crescendo di violenze, passando da una camera alla successiva finchè non parlavano. E' quello che accadeva nella missione militare italiana a Nassiriya, in Iraq, secondo il racconto di un militare al programma tv 'Le iene'. A più di 10 anni dalla strage che costò la vita a 19 italiani (tra civili e militari) e 9 iracheni, queste testimonianze potrebbero costringere a rivedere gli scenari sulla presenza italiana in Iraq. Gia la settimana scorsa, lo stesso programma aveva mandato in onda un servizio in cui un ex militare aveva raccontato al giornalista Luigi Pelazza delle presunte torture che sarebbero avvenute durante la missione in Iraq nel 2003. Questa volta lo stesso Pelazza ha incontrato un altro militare, che ha raccontato nuovi dettagli.

Il racconto choc
Nel 2003 si trovava nella base di White Horse. La faccia fuori fuoco, la voce camuffata, il militare non sa di essere ripreso. Nella base si facevano interrogatori "un po' particolari", spiega. "Gente incappucciata, legata con le mani dietro con le fascette... questo facevate lì dentro?", chiede il cronista. "Chi di dovere lo faceva", "dovevi farli parlare", è la risposta. Chi prendeva queste persone? "Il Sismi". Per quanti giorni erano trattenuti? "Dipende, non c'era un tempo... c'era gente che parlava immediatamente, c'era gente a cui piaceva prendere i colpi".

Il filmato
Il militare mostra quindi un filmato che sostiene di aver girato all'interno di una tenda militare italiana a Nassiriya. Nel video si vedono chiaramente le mani dei detenuti legate con delle fascette da elettricista, una grossa benda verde sugli occhi, la testa abbassata. Poi disegna su un pezzo di carta la disposizione delle aree di una struttura di reclusione dove, dice, sarebbero stati rinchiusi gli iracheni, prima di entrare in quella che definisce "la casa", per essere interrogati. "Loro stavano qua, allo stato brado", dice. Insomma chiarisce il cronista, tra gli escrementi. E per mangiare e bere? "Io non gliel'ho mai portato". Il militare cita un sergente (oggi, precisa, diventato sergente maggiore) specializzato in alcune tecniche di tortura, come quelle con gli elettrodi. Aggiunge poi che i prigionieri durante gli interrogatori venivano "incatenati a testa in giù".

I caschi blu in Somalia e le accuse di torture
Nel 1997 alcuni militari italiani impegnati in missione di pace  in Somalia furono accusati di violenze e stupri sui somali. A distanza di anni, un'inchiesta indagò sugli abusi. Il maresciallo della Folgore, Valerio Ercole, nel 1997, subì un processo per aver praticato la tortura, ma fu assolto dalla Corte d’Appello di Firenze, per prescrizione. La difesa degli altri militari processati fu motivata dalla brutalità della situazione in cui erano costretti ad operare. La missione italiana in Somalia sotto l'egida dell'Onu, denominata 'Ibis'(cominciata il 13 Dicembre 1992 e conclusa il 21 marzo 1994) fu condotta dai parà della Folgore. Durante l'operazione di pace furono uccisi undici soldati italiani (luglio 1993), la giornalista Ilaria Alpi e il telecineoperatore Miran Hrovatin (marzo 1994). 
Forse qualcosa non torna

                                                                              Max