venerdì 24 aprile 2026

UNA DOMANDA AI CANDIDATI SINDACO DI VENEZIA

 

Faccio una premessa ai signori candidati Sindaco, da parte mia non esistono problemi nei confronti di nessun straniero....pelle cibo tradizioni non mi creano problemi di convivenza con nessuno. La neurologa Rita Levi Montalcini diceva che non esistono le razze, il cervello degli uomini è lo stesso. Esistono i razzisti. Bisogna vincerli con le armi dalle sapienza.

La vita ci ha dato gli occhi per vedere attentamente tutto e parlo della mia città anche se relegato a vivere in terraferma da oltre 40 anni.

Basta fare una passeggiata partendo da Piazzale Roma o dalla Ferrovia (che Vi invito a fare) e lentamente attraversare tutta la città e i vari Sestieri, passando anche per il Mercato di Rialto, se ancora così si può chiamare, per rendersi conto che questa metamorfosi silenziosa è arrivata ad un livello incontrollabile, dove tutto va bene, dove tutto è permesso, senza limiti di sfruttamento degli spazi e di orari, dove le edicole non sono più edicole per vendere i giornali ma sono dei bazar, dove i banchi di frutta e verdura vendono in gran parte tubi di spezie varie, dove tutti i negozi (spesso deserti) sono stracarichi di merci e tutti vendono le stesse identiche cose, mentre le nostre attività con la loro tipicità purtroppo stanno cadendo e sparendo una dopo l'altra come se fossero dei birilli. Coloro che amministrano fanno qualcosa per impedirlo? le normative? i controlli? il decoro urbano? I permessi o le autorizzazioni comunali?

Qualche giorno fa ho chiesto all'edicola ai piedi del Ponte dell'Accademia che si trova davanti ai pontili ACTV di acquistare un quotidiano, ma di giornali all'interno della mega edicola/bazar non c'era neanche l'ombra. Perché è stato permesso che tutto ciò avvenga? Per rendere l'idea allego alla presente alcune fotografie che ho scattato in città nei giorni scorsi. Quello che mi chiedo è: se non ci sarà un significativo cambio di rotta, in prospettiva quale sarà l'aspetto della nostra fragile e maltrattata città tra 10 anni?

Ecco perché chiedo a Voi se nel Vostro programma di candidato Sindaco per la città di Venezia sono previsti interventi idonei a bloccare questo degrado? non parliamo della terraferma e se questi interventi saranno affiancati a progetti di riqualificazione del tessuto artigianale e commerciale della nostra città. Sui social i video abbondano di tutto, dalle proteste dei cittadini in fondamenta degli Ormesini, alle bottigliate di Calle Lunga San Barnaba, alle zuffe al Mercato a Rialto. A tutti voi candidati auguro il meglio ma soprattutto per noi veneziani ancor di più, vi invio una strsalcio di una canzone di un complesso veneziano “I Tacabanda”

e luci in canal no xé el Redentor
xé i bar in ogni angolo i sconde el lampion
se e piere par tera podesse parlar
ne fisciaria e recie no sta dubitar
bevemo do ombre, bevemo anca el spriss
sentai xò al bacaro a ciacolar
de questo, de queo sempre a ragionar
pusai su ‘a panchina vardemo ‘a luna
e intanto ‘na nave la passa in laguna
mi sta Venessia no la conosso più
mi sta Venessia no la conosso più


                                                                                                                            Max












martedì 21 aprile 2026

Le promesse di Brugnaro............il politico

 

È normale, anzi ci si aspetta che i politici parlino in termini generici, vaghi e iperbolici dei propri obiettivi e programmi, ed è altrettanto comune che facciano promesse ambiziose senza fornire molti dettagli, se non addirittura nessun dettaglio, su come intendono mantenerle, le loro promesse. Qui a Venezia, la prima campagna elettorale condotta dall’ormai uscente sindaco, Luigi Brugnaro, fornisce eccellenti esempi di entrambi. Brugnaro ha spesso affermato che avrebbe “rivitalizzato la città”, portato “maggiore sicurezza e decoro” e reso Venezia un “centro internazionale della sostenibilità”. Tutte queste affermazioni sono esattamente il tipo di slogan vuoti che ci aspettiamo nella politica odierna, guidata dall’immagine e da brevi slogan. Allo stesso modo, Brugnaro ha promesso solennemente durante la sua campagna di “portare trentamila nuovi residenti a Venezia” – senza mai dire come intendesse farlo o dove queste persone avrebbero vissuto e lavorato.

I dolorosi risultati di ciò che è effettivamente accaduto durante il lungo e tragico mandato di Brugnaro come sindaco sono sotto gli occhi di tutti e non è necessario ripeterli qui. Basti dire che nulla di ciò su cui ha basato la sua campagna elettorale si è mai realizzato. Al contrario, come il suo eroe, Donald Trump, Brugnaro si è immediatamente messo all’opera per usare la sua posizione per arricchire se stesso e le sue imprese, sia legalmente sia illegalmente (vedi le indagini su Pili e la Palude), mentre permetteva alla popolazione, all’economia locale (a eccezione di quella degli alloggi turistici) e alla sicurezza di andare drasticamente in declino. Inoltre, mentre il mondo osserva lo stesso Trump, che per un decennio ha condotto una campagna elettorale ininterrotta sull’indiscutibile promessa di non coinvolgere mai più gli Stati Uniti in guerre all’estero mal gestite e senza fine, fare esattamente il contrario e lanciare una guerra, sempre più catastrofica, in Iran, non si può biasimare chiunque, a prescindere dall’orientamento politico, per aver raggiunto nuovi livelli di scetticismo su qualsiasi cosa dica un candidato politico.

Il divario tra promesse elettorali e azioni di governo è stato palese, allarmante, sensazionale.

Questa è una delle cose che rende così insolita la campagna elettorale per la carica di sindaco condotta da Giovanni Andrea Martini, insieme a Susanna Polloni come capolista. Piuttosto che fare grandi promesse o basare la campagna su slogan, Martini e Polloni si sono impegnati a fondo per agire nei modi più concreti, sviluppando programmi e proposte dettagliate e impegnandosi in azioni sul campo che superano di gran lunga qualsiasi altra campagna locale o partito in termini di portata e impatto. 

Martini, prima come candidato e poi anche come consigliere comunale dal 2020, è stato praticamente ovunque in città, impegnato in una campagna pluriennale e altamente personale, affrontando cause reali in tutta la città al fianco delle persone direttamente coinvolte. Dalle famiglie di San Pietro di Castello che hanno rischiato di perdere le loro case a causa di un nuovo hotel, alle comunità di immigrati e ai lavoratori di Mestre in cerca di migliori condizioni di lavoro e servizi, dalla pista ciclabile sul Lido, ampiamente contestata, alla discutibile esternalizzazione della cura e della manutenzione degli alberi e degli spazi verdi in città, dalle sfide alle strutture sanitarie locali alla battaglia per l’edilizia abitativa, Martini, e con lui Polloni, sembrano essere stati ovunque negli ultimi anni.

Inoltre, in alcuni casi in cui hanno constatato che un’esigenza non veniva soddisfatta dall’amministrazione locale (e ce ne sono tantissimi), si sono presi l’iniziativa di creare organizzazioni, partendo da zero, per così dire, per fornire servizi a diretto beneficio dei cittadini. La Rete Solidale per la Casa, fondata da Polloni, è forse l’esempio più significativo di questo approccio concreto. L’organizzazione, composta interamente da volontari, ha sedi in tutta la città, con personale in grado di aiutare i residenti nelle questioni concrete relative all’alloggio – una funzione che dovrebbe chiaramente essere svolta dall’amministrazione comunale stessa.

Ora, nel pieno di questa stagione elettorale, Martini e Polloni hanno lanciato una nuova iniziativa che affronta una questione cruciale per l’economia e il tessuto sociale della città. Il loro Comitato per l’Internalizzazione dei Servizi ha individuato un problema critico qui a Venezia, che l’amministrazione Brugnaro ha notevolmente aggravato: la privatizzazione dei servizi pubblici.

Il gruppo sottolinea giustamente che alla base della spinta alla privatizzazione dei servizi pubblici c’è un mito specifico e spesso ripetuto. Questo mito sostiene che i servizi pubblici siano per natura burocratici, dispendiosi, inefficienti e troppo costosi, e che il miglior rimedio a questo problema sia trasferire tali servizi a imprese private, le quali, secondo il mito, sarebbero molto più virtuose, efficienti e capaci di fornire valore ai propri stakeholder – in questo caso, i cittadini. In parole più semplici, “il pubblico è cattivo, il privato è buono” – sempre e in ogni caso.

Tale mito si basa, tuttavia, su un errore logico che offusca intenzionalmente la differenza fondamentale tra lo scopo dei servizi pubblici – che è quello di migliorare la vita dei cittadini che ne usufruiscono – e quello delle imprese private, che è invece quello di garantire il massimo profitto agli azionisti e ai proprietari. I servizi pubblici sono investimenti a beneficio di tutti, mentre gli investimenti privati sono, per definizione, destinati a beneficiare solo di pochi. Di conseguenza, il mito crolla sempre nella pratica. È quasi impossibile indicare un servizio pubblico che sia stato migliorato dalla privatizzazione. Anzi, il risultato è quasi sempre peggiore – e, in quanto tale, serve a rafforzarsi come una profezia che si autoavvera.

Così, durante la riunione pubblica della nuova Comitato a Mestre, ascoltando una discussione su come la riduzione del personale e delle risorse presso l’ACTV, l’azienda di trasporto pubblico di Venezia, abbia portato a peggiori condizioni di lavoro, peggiori servizi e peggiori risultati, rendendo in definitiva poco appetibili i posti di lavoro lì, era impossibile non ricordare come lo stesso processo sia stato utilizzato per tagliare i fondi alle scuole pubbliche negli Stati Uniti. In entrambi i casi, un’istituzione pubblica destinata a fornire servizi pubblici (e che probabilmente lo faceva molto bene) è stata intenzionalmente indebolita dall’interno, minata strutturalmente e trasformata in una carriera poco appetibile e precaria e in un sistema incapace di adempiere al proprio mandato. 

Il danno causato da questo approccio è strategico. Una volta che un servizio pubblico è stato indebolito in questo modo, la conseguente scarsa performance viene poi indicata proprio come giustificazione per la privatizzazione. 

Questa tattica, perseguita brutalmente negli Stati Uniti, è ciò che gli autori David Berliner e Bruce Biddle hanno evocativamente definito una “manufactured crisis”, una “crisi fabbricata” (titolo del loro libro del 1996, sottotitolato “Miti, falsificazioni, e l’attacco alle scuole pubbliche americane”). Le scuole pubbliche sono state sistematicamente private di fondi, poi sottoposte a un numero crescente di test per misurare le prestazioni in un modo “comprensibile per il mondo degli affari” in termini di ritorno sull’investimento (come se l’istruzione dei bambini potesse essere valutata come il bilancio di un’azienda). Sotto la pressione che ne è derivata, l’eccellenza delle scuole si è inevitabilmente deteriorata, giustificando così l’argomento per privarle di ancora più risorse. Ora, gli insegnanti delle scuole pubbliche, mal pagati, devono acquistare di tasca propria il materiale

private, che è invece quello di garantire il massimo profitto agli azionisti e ai proprietari. I servizi pubblici sono investimenti a beneficio di tutti, mentre gli investimenti privati sono, per definizione, destinati a beneficiare solo di pochi. Di conseguenza, il mito crolla sempre nella pratica. È quasi impossibile indicare un servizio pubblico che sia stato migliorato dalla privatizzazione. Anzi, il risultato è quasi sempre peggiore – e, in quanto tale, serve a rafforzarsi come una profezia che si autoavvera.

Così, durante la riunione pubblica della nuova Comitato a Mestre, ascoltando una discussione su come la riduzione del personale e delle risorse presso l’ACTV, l’azienda di trasporto pubblico di Venezia, abbia portato a peggiori condizioni di lavoro, peggiori servizi e peggiori risultati, rendendo in definitiva poco appetibili i posti di lavoro lì, era impossibile non ricordare come lo stesso processo sia stato utilizzato per tagliare i fondi alle scuole pubbliche negli Stati Uniti. In entrambi i casi, un’istituzione pubblica destinata a fornire servizi pubblici (e che probabilmente lo faceva molto bene) è stata intenzionalmente indebolita dall’interno, minata strutturalmente e trasformata in una carriera poco appetibile e precaria e in un sistema incapace di adempiere al proprio mandato. 

Il danno causato da questo approccio è strategico. Una volta che un servizio pubblico è stato indebolito in questo modo, la conseguente scarsa performance viene poi indicata proprio come giustificazione per la privatizzazione. 

Questa tattica, perseguita brutalmente negli Stati Uniti, è ciò che gli autori David Berliner e Bruce Biddle hanno evocativamente definito una “manufactured crisis”, una “crisi fabbricata” (titolo del loro libro del 1996, sottotitolato “Miti, falsificazioni, e l’attacco alle scuole pubbliche americane”). Le scuole pubbliche sono state sistematicamente private di fondi, poi sottoposte a un numero crescente di test per misurare le prestazioni in un modo “comprensibile per il mondo degli affari” in termini di ritorno sull’investimento (come se l’istruzione dei bambini potesse essere valutata come il bilancio di un’azienda). Sotto la pressione che ne è derivata, l’eccellenza delle scuole si è inevitabilmente deteriorata, giustificando così l’argomento per privarle di ancora più risorse. Ora, gli insegnanti delle scuole pubbliche, mal pagati, devono acquistare di tasca propria il materiale 

didattico di base (carta, penne, fazzoletti, ecc.), mentre centinaia di milioni di dollari delle tasse pubbliche vengono dirottati verso scuole private e religiose a scopo di lucro in nome della “libertà di scelta scolastica”.

In effetti, chiunque sia curioso di sapere come si concretizza su larga scala la privatizzazione dei servizi pubblici deve solo guardare agli Stati Uniti per vedere alcuni dei suoi esiti più estremi e disastrosi, specialmente ora che l’amministrazione Trump si sta muovendo per smantellare in modo aggressivo una vasta gamma di servizi pubblici e il ruolo del governo in essi. Qui a Venezia, però, non è (si spera) troppo tardi per rifiutare questo stile di governo.


Questo ci riporta a Martini, Polloni e al Comitato per l’Internalizzazione dei Servizi. Il gruppo, in collaborazione con esperti locali con esperienza diretta nei vari settori trattati, ha individuato quattro servizi essenziali che attualmente vengono sempre più esternalizzati o privatizzati e che dovrebbero essere, secondo le parole del Comitato, “riportati sotto il controllo diretto del Comune di Venezia”. Questi servizi sono:

Assistenza domiciliare agli anziani e agli infermi

Scuole comunali e asili nido

Manutenzione degli spazi verdi pubblici

Servizi museali

Le analisi dettagliate condotte dal Comitato mostrano che in alcuni casi, riportare questi servizi sotto il controllo del Comune comporterebbe effettivamente un risparmio sui costi. In altri casi, ci sarebbe un modesto aumento dei costi, ma ben entro margini ragionevoli e sostenibili.

Tuttavia, “internalizzare” la gestione dei servizi pubblici – ripristinare la gestione pubblica delle risorse pubbliche – non è solo una questione di denaro e di bilanci. Si tratta, soprattutto, della qualità dei servizi, della qualità dei posti di lavoro coinvolti e della qualità della vita dei cittadini. I criteri dell’economia privata non sono applicabili a ogni aspetto della vita pubblica, nonostante i miti che sostengono il contrario. Ci sono altre considerazioni, più importanti, così come ulteriori benefici che derivano dalla gestione pubblica dei servizi pubblici (posti di lavoro migliori, istruzione migliore, assistenza sanitaria migliore, solo per citarne alcuni). Per dirla con le parole della Comitato: «La cura delle persone e dei beni pubblici non sono una merce. Vogliamo eliminare la logica del profitto dai servizi essenziali e garantire qualità, diritti e trasparenza».

Concentrandosi su questo aspetto critico della governance e della gestione della città, Martini e il suo team stanno rendendo un enorme servizio, sollevando una questione complessa ma vitale che, fino ad oggi, è stata in gran parte trascurata nell’attuale campagna elettorale.

Chiamatela come volete, ma questa non è certo il tipo di campagna elettorale fatta di slogan e promesse vuote a cui purtroppo ci siamo abituati. Lungi dall’essere la solita “politica di sempre”, sembra piuttosto l’esatto contrario: un’iniziativa concreta, dettagliata e pratica, basata sui fatti e sull’azione. In quanto tale, questo lavoro merita di essere compreso meglio e ampiamente discusso durante questa campagna elettorale incredibilmente importante a Venezia. 

Per citare un altro slogan reso popolare qui alcuni anni fa, che lamentava i metodi di governo dell’amministrazione uscente: “Venezia merita di meglio”. Infatti. Giovanni Andrea Martini, Susanna Polloni e tutto il loro team stanno svolgendo un lavoro lodevole, senza le risorse a disposizione dei grandi partiti o dei candidati facoltosi, per offrire modi concreti e pratici per raggiungere quell’obiettivo: un governo migliore per l’intera città. Gli elettori – e i candidati – di ogni orientamento farebbero bene a prenderne atto.


LONTANO DAI PARTITI VICINO AI CITTADINI


                                                                                                                Max





lunedì 20 aprile 2026

Susanna Polloni capogruppo "Tutta la città insieme"

 Susanna Polloni, storia di un ritorno. A Venezia

Tutte le notti sognavo Venezia e nel sogno nuotavo nei canali, li percorrevo tutti e l’acqua a volte era melmosa, a volte limpida.

Questo sogno non lo sogna più perché a Venezia ci è ritornata tre anni fa, per starci.

Nata e cresciuta al Lido di Venezia, con il matrimonio si è trasferita a Verona dove ha esercitato la sua attività di paleografa (specialista che studia l'evoluzione delle scritture antiche) e codicologa (disciplina che studia il libro manoscritto antico), è diventata mamma di cinque figli e ha sempre coltivato la nostalgia del ritorno. Tornare nei fine settimana e alle feste non mi bastava più, le radici con il territorio e con gli affetti si recidevano continuamente e ogni volta bisognava ricrearle. Confrontandomi con altre persone mi sono accorta che questo legame con la città è quasi ombelicale per un veneziano. Venezia si percorre a piedi, tutti si conoscono e spesso s’incrociano, si salutano, si danno parola. Tornare a casa, per me, era un’urgenza e, quando si è avverata, l’emozione ha preso il sopravvento. Come hai festeggiato ?
Con delle passeggiate in tutto il territorio comunale, in compagnia di Andrea (Martini, ndr). Ci siamo fatti guidare da un estratto di Ferdinando Pessoa tratto da
I “libro dell’inquietudine”che dice così: E, alla fine, arrivano sempre i ricordi, con le loro nostalgie e la loro speranza, e un sorriso di magia alla finestra del mondo, quello che vorremmo, bussando alla porta di quello che siamo.

Questa frase si basa sul valore del ricordo non nostalgico, ma come punto di partenza per costruire un futuro partendo dalla memoria. Ognuno di noi ha un’idea di città frutto di esperienze vissute. La mia personale contempla una città nuova ma con uno sguardo al passato ricostruendo tessuti sociali ed economici che negli ultimi quarant’anni si sono lacerati.

Mi pare di capire che queste passeggiate hanno risvegliato la tua memoria.
In ogni percorso io e il mio Virgilio (Andrea) abbiamo incontrato rappresentanti di comitati, di associazioni, di gruppi spontanei, di associazioni sindacali e, tra un caffè e un invito a pranzo, sono emerse le criticità presenti in tutto il territorio comunale e la necessità di sanarle.

Gli obiettivi sono presto detti: industria sostenibile a Marghera, negozi di vicinato, sostegno ai negozi artigiani, servizi pubblici essenziali il più possibile internalizzati. In una città che sta perdendo l’anima, diventa imperativo ricostruire un tessuto socio economico che favorisca il suo ripopolamento.

Ma, al di là della memoria, cosa hai trovato tornando a casa?
Ho ritrovato la mia città, soprattutto a livello umano, nonostante il degrado generale. Ho trovato cittadini combattivi e non proni. Penso che questo forte senso identitario sia una peculiarità dei veneziani che non ho riscontrato altrove. Di fronte a questo non potevo non dare il mio contributo.

Con una carissima amica d’infanzia, Roberta, abbiamo creato la Rete solidale per la casa e da lì si sono tessute reti che poi si sono diramate in tutto il territorio comunale.

Che cosa rimane delle passeggiate?

Originariamente dovevano confluire in un documentario, poi sono diventate pagine di un libro che, pur scritto da me, coinvolge tutta la rete di persone coinvolte. La città violata, questo il titolo, non è un atto d’accusa, non solo una constatazione dello stato attuale, ma uno sprone al cambiamento che ognuno di noi può operare attraverso la memoria.

Pessoa docet (la persona insegna).


                                                                                                           Max

domenica 19 aprile 2026

Susanna Polloni capogruppo "Tuttà la città insieme" per la casa a Venezia

 

E' una piacevole serata primaverile d’aprile e in campo Santa Margherita m’imbatto in un gruppo di persone riunito a cerchio. Sono a qualche centinaio a di metri dai bar e dai ristoranti che cominciano appena ad accogliere i clienti della prima serata, e si sono ritrovati lì, nel campo, per uno spritz. Stanno brindando a qualcosa, e precisamente all’apertura di una nuova sede della Rete Solidale per la Casa (RSC), che in inglese si traduce Housing Solidarity Network, un’organizzazione veneziana di volontariato creata dai residenti, per i residenti a Venezia che hanno bisogno di aiuto per questioni relative all’alloggio.

Il nome può certamente essere tradotto in inglese, ma il concetto che lo sottende mal s’adatta al vocabolario e allo scenario immobiliare correnti in America. Qui negli Stati Uniti, dove l’alloggio è ora considerato “inaccessibile” per oltre il cinquanta per cento degli affittuari, la crisi degli alti costi di locazione e dell’offerta limitata di alloggi “accessibili” si è fatta acuta – milioni di unità nella fascia dei seicento dollari al mese sono scomparse, sostituite da affitti del triplo o anche più. Se uno cerca in internet gruppi nati con lo scopo di aiutare i residenti in un contesto abitativo che si è fatto drammaticamente ostile nei confronti dei percettori di reddito medio-basso (cioè persone che lavorano, a volte con più lavori), tutto ciò che trova sono siti web governativi e agenzie che forniscono assistenza nelle procedure di locazione. Liste d’attesa e richieste di case in affitto.

Va subito detto – e l’apprendo discutendo dell’attuale situazione abitativa a Venezia con la fondatrice di RSC Susanna Polloni – che, riguardo alla questione dell’alloggio, i problemi quotidiani in cui ci si trova a misurarsi vanno ben oltre il pagamento dell’affitto, per quanto importante (e difficile) sia. Manutenzione, contratti di affitto, sfratti, gestione delle disabilità, richiesta di alloggi pubblici, senzatetto e povertà sono solo alcune delle numerose sfide che i residenti devono affrontare, per lo più da soli (e negli Stati Uniti, evidentemente del tutto da soli) – ma non a Venezia, perché a Venezia l’aiuto per il disagio abitativo ha il volto umano di chi ascolta e aiuta i residenti: la Rete Solidale per la Casa.C’è una frase popolare in America che dice “Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare” … e quella sera, seduto tra loro in Campo Santa Margarita – lavoratori e abitanti di Venezia che si prendevano il martedì sera per parlare tra loro, pubblicamente, delle loro esperienze e idee sull’edilizia abitativa a Venezia – mi ha fatto venire in mente una versione diversa di quella frase:

Quando il gioco si fa duro, i veneziani s’organizzano

Susanna Polloni è stata così gentile da condividere con noi un po’ del suo tempo per rispondere ad alcune domande su RSC: cosa fa, come funziona, e sulla politica abitativa a Venezia. Qui si seguito la nostra conversazione:

Grazie, Susanna, per il tempo che ci dedichi. Puoi dirci qualcosa di te? Come e perché hai iniziato a impegnarti con l’RSC?
Sono una mamma di cinque figli e faccio ricerca, occupandomi di manoscritti medievali e moderni. Sono cresciuta a Venezia e amo molto questa città, i miei nonni avevano un negozio “storico” di libri in centro. Mi angoscia molto la deriva verso cui questa città sta andando, perché stiamo perdendo troppi residenti per una gestione completamente sbagliata, che vede la città come un oggetto da usare per fare profitto, asservendola al turismo di massa e togliendo tutto agli abitanti. È una città che li espelle e uno degli elementi basilari è assicurare a tutti, come una volta, il diritto all’abitare. Così con un’amica, di cui avevo assistito il vero e proprio calvario per l’assegnazione di un alloggio pubblico, abbiamo deciso di riunire un gruppo di residenti che aiutino altri residenti a capire quali sono i propri diritti e a farli valere nei confronti degli enti preposti alla gestione delle case popolari. E ad accompagnarli nel percorso.

La Rete Solidale per la Casa (RSC) ha ormai più di un anno e ha da poco aperto una terza sede, a Campo Santa Margherita. Come è vista RSC da quando è stata costituita? Come valuti la sua accoglienza in città e la sua interazione con la città?

La Rete è prima di tutto un luogo di ascolto. In un mondo in cui la rete sociale si va sempre più disgregando anche questa è una cosa molto importante. Poi si cerca insieme di trovare una soluzione, e questo è stato subito molto apprezzato dalle persone. Ci ospitano un circolo culturale nel sestiere di Castello, un centro di associazioni di volontariato a Santa Margherita e un sindacato di base a Marghera. La parola ‘Rete’ vuole essere evocativa di condivisione e di sostegno. Abbiamo molti utenti ogni settimana e ormai si è creato un passaparola in tutto il Comune.


Quante persone sono impegnate nella RSC e come gestite gli sportelli nelle diverse sedi in termini di turni e presenza del personale, orari di apertura, ecc.?
Siamo quattro volontari per gli sportelli e  collaborano con noi un avvocato e un architetto, quest’ultimo per i problemi relativi alle manutenzioni. Poi ci sono altri residenti che ci aiutano per le attività che organizziamo, come per esempio assemblee pubbliche e i volantinaggi. Ogni sportello ha quattro ore di apertura al mese, ma siamo raggiungibili tutto il giorno, sette giorni su sette, telefonicamente e diamo appuntamenti anche fuori orario se necessario e siamo sempre disponibili per le urgenze.

Rispetto a  quali tipi di bisogni abitativi RSC aiuta le persone? Puoi farci uno o due esempi di casi “tipici” di cui ti occupi?
Abbiamo persone senza fissa dimora, anche lavoratori, perché questa città spesso non dà lavoro continuativo e tutelato; persone portatrici di disabilità che abitano case pubbliche al terzo piano senza ascensore; casi di sfratto esecutivo che non trovano una soluzione alternativa; case pubbliche assegnate in cui non viene effettuata la necessaria manutenzione. In particolare mi ha colpito il caso di una signora, nullatenente, sola con un grave problema di salute e un bambino piccolo che da sette anni vive in una casa occupata, fatiscente e senza acqua corrente. È andata molte volte dagli assistenti sociali, che però non le assegnano una casa pubblica.

Secondo te, RSC fornisce servizi che in realtà dovrebbero essere erogati dalle istituzioni pubbliche? In altre parole, qual è lo spazio che RSC cerca di colmare nel settore degli alloggi, e chi dovrebbe di regola colmarlo, a parte un gruppo di cittadini volontari?
No, assolutamente. Non intendiamo assolutamente colmare vuoti lasciati dalle istituzioni. Anzi, lo scopo è quello di spingere le istituzioni a fare il loro dovere nei confronti della tutela dei cittadini e di rendere i residenti consapevoli dei propri diritti per farli valere.

RSC è impegnata in attività di civismo politico o si concentra principalmente sul servizio pubblico?
Vogliamo essere consapevoli di ciò che è bene per la città e per i residenti, e studiare, in senso “politico”, strategie di gestione degli alloggi pubblici e strategie che tendano a rendere accessibile il libero mercato anche per i residenti.

Un’ultima domanda: in una città come Venezia, in particolare, la questione abitativa è vista dall’opinione pubblica e dalla stampa soprattutto attraverso la lente del mercato e dell’effetto degli affitti turistici sui prezzi e sullo sviluppo del settore immobiliare. Al di là della regolamentazione del mercato degli affitti turistici, quali sono secondo te le principali cose di cui Venezia ha bisogno come parte di una politica abitativa efficace che serva meglio sia i residenti attuali sia quelli potenziali?

In realtà l’effetto degli affitti turistici sui prezzi ha un grosso impatto anche per i residenti attuali, per i quali diventa impossibile sia acquistare una casa, sia prenderla in affitto e che non si vedono rinnovare i contratti perché per il proprietario sono enormemente più vantaggiose le locazioni brevi. Noi abbiamo studiato un “piano casa” per capovolgere la situazione:

Deve essere assolutamente aumentata la percentuale di alloggi di edilizia residenziale pubblica (Erp) assegnati, tali da coprire almeno la fascia di popolazione sotto il livello di povertà.

Utilizzare fondi pubblici per ristrutturare alloggi Erp (abbiamo perso l’occasione dei fondi PNRR per l’irrealizzabile progetto del Bosco dello Sport).

Le case costruite con fondi pubblici devono in gran parte restare Erp (NO all’eccessivo utilizzo del parternariato pubblico/privato per le ristrutturazioni).

I canoni del Social Housing devono essere calmierati rispetto a un libero mercato non drogato dalle affittanze turistiche, in modo da riportare la spesa per l’affitto vicino alla media nazionale. Bisogna quindi lavorare alla definizione di un regolamento per le affittanze brevi e incentivare in ogni modo la residenzialità creando deterrenti anche fiscali per chi affitta a turisti e misure che incoraggino chi affitta per lunghi periodi a residenti.

Le fasce ISEE per Edilizia Residenziale Pubblic e Social Housing non devono essere sovrapponibili creando confusione: è necessario alzare la fascia ISEE per la partecipazione ai bandi SH, perché così si spinge la politica della casa verso strategie per una maggior assegnazione di alloggi ERP e si permette ai giovani, che sono costretti a presentare l’ISEE congiunto a quello dei genitori, di potersi emancipare ottenendo un alloggio pubblico.

Crediamo che il progetto di depauperamento del patrimonio Erp tramite eccessivo ricorso al privato per le ristrutturazioni, alienazioni e abbattimenti non siano assolutamente funzionali alle necessità della popolazione. Puntiamo ad una  conservazione del patrimonio pubblico e ad una maggiore assegnazione di case popolari con affitto calcolato in base al reddito.


              IO VOTO ANDREA GIOVANNI MARTINI SINDACO


                                                                                                                  Max






giovedì 16 aprile 2026

Ricostruire una città con i cittadini

 

Una città non si misura dalla sua lunghezza e larghezza, ma dall'ampiezza della sua visione e dall'altezza dei suoi sogni ( Herb Caen)

Riprogettare una città, ridisegnarla, ridefinirne le priorità, la riconquista degli spazi, dei diritti. Ricostruire una comunità. Ricreare la rete, il tessuto delle relazioni che sostiene l’esistenza delle persone e costituisce l’anima della città stessa. È un lavoro duro, che parte da un desiderio e da un sogno, per arrivare a una visione in cui niente è avulso dal contesto: tutti gli elementi convergono in un solo obiettivo, salvare la città, ripopolarla.

Tutta la città che vogliamo” è il nome della coalizione civica formata da tre elementi: “Tutta la città insieme”, “La città che vogliamo”, “Venezia, pace e lavoro”. Tre elementi che rappresentano le tre anime: la Democrazia, che si declina in equità sociale e in partecipazione; l’Ambiente, per svolgere la missione di custodire terra, laguna e i suoi abitanti umani e animali; il Lavoro, necessario alle persone e alla città, e che deve riguardare tutte le necessità della vita di quest’ultima. Sostanziale è il passaggio dal sogno alla sua realizzazione. La città è in grave agonia, e non serviranno cure leggere e medici indecisi, o addirittura pietosi. Serve una cura forte, rimedi precisi e ben studiati.

La definizione di obiettivi e metodi che riporteranno vita, lavoro, tutela dei diritti di tutti come priorità rispetto alla libertà di pochi di continuare a distruggere. Questa volontà deve essere chiara e precisa, pena la morte del paziente, lenta e dolorosa.

I programmi devono essere precisi, riguardare e rivitalizzare ogni diritto calpestato, ogni settore morente del tessuto socioeconomico che una volta era la città, ogni insulto al benessere dell’uomo, della natura e degli animali.

Questo si può realizzare passando dentro le maglie delle leggi, facendo il possibile per ottimizzare le risorse ai soli fini di tutela dei cittadini e della città.

Un Piano per restituire le case ai cittadini: non servono forse le case per abitarle, per dare un riparo? Perché qualcuno vuole convincerci che speculare sugli alloggi tanto da cacciare gli abitanti dalla città e sfrattarle l’anima sia legittimo.

Restituire tutto ciò che serve alla città, e per ridare dignità al lavoro: industria sostenibile, piccoli negozi che distribuiscano merci e relazioni, artigiani che tramandino i saperi, vera cultura che non sia business ma che arricchisca chi ne fruisce, servizi pubblici che rispondano ai diritti delle persone a spostarsi, a curarsi, a studiare. Perché qualcuno vuole convincerci che lavorare come schiavi per pochi euro, tanto pochi da non riuscire neppure a sopravvivere dignitosamente per sostenere una monocultura turistica che porta vantaggi a pochi e sofferenza a molti, sia normale.

E, anzi, che quel poco che rimane delle politiche sociali e degli stessi diritti, acquisiti in oltre un secolo di lotte e di cui i padroni, sempre più forti e potenti, hanno fatto stracci, siano una gentile concessione.

È una strada dura e faticosa, ma è l’unica possibile, pena la morte di Venezia.



                                                                                                   Max







mercoledì 15 aprile 2026

Campagna elettorale "Tutta la città insieme" Musei Civici Venezia

 

Musei Civici: Il premio di risultato è una mancia. Serve l’internalizzazione del personale.


In merito al recente annuncio del premio di risultato di 600 euro destinato ai lavoratori dei servizi museali in appalto, il “Comitato Internalizzazione Servizi” di “Tutta la città insieme” ritiene doveroso fare chiarezza. Quella che viene spacciata come una concessione è, nei fatti, una manovra per distogliere l’attenzione dal cuore del problema: la precarietà strutturale del sistema degli appalti.

Questa è una “mancia” che non risolve il problema del dumping contrattuale.

Liquidare con 600 euro anni di sacrifici e di mancati riconoscimenti è estremamente fuorviante, oltre che offensivo. Mentre la Fondazione Musei Civici riversa milioni di euro nelle casse delle cooperative, ai lavoratori restano le briciole di un CCNL Multiservizi inadeguato.

E, alla promessa fatta da Fondazione Musei di applicare in futuro il CCNL Federculture, ci chiediamo quindi: perché allora continuare a foraggiare intermediari privati con fiumi di denaro pubblico? Perché regalare margini di profitto a imprese di cui la Fondazione potrebbe benissimo fare a meno?

Il risparmio derivante dall'eliminazione del ricarico delle cooperative permetterebbe non solo di dare stabilità occupazionale e dignità salariale ai lavoratori, ma anche di liberare risorse per l’attività culturale della Fondazione stessa.

L'internalizzazione non è un'utopia, è una scelta di efficienza economica e di giustizia sociale. Chiediamo che si passi dalle "mance" elettorali a un piano concreto di assunzione diretta. Il tempo dello sfruttamento deve finire: i lavoratori dei musei non vogliono premi “una tantum”, necessitano del riconoscimento del loro ruolo, dentro il perimetro pubblico, con l’applicazione del contratto Federculture  ma anche con l’assunzione diretta.

Il “Comitato Internalizzazione Servizi” di “Tutta la città insieme” continua e continuerà a portare avanti questa battaglia per la tutela della dignità del lavoro e per il miglioramento dei servizi pubblici della città di Venezia.


                                      


                                                                                                                                        Max

domenica 5 aprile 2026

NOI LONTANI DAI PARTITI, MA...VICINI AI VENEZIANI!!

  

     IO NON HO NESSUN DUBBIO, E' STATO UN BRAVO PRESIDENTE DI MUNICIPALITA' IN CENTRO STORICO A VENEZIA, UN BRAVO ED IMPEGNAT                                                CONSIGLIERE COMUNALE.

             NON DOBBIAMO AVER PAURA DI CAMBIARE 

                         IO VOTO SINDACO 

                 ANDREA GIOVANNI MARTINI


                                                                      

                                                                                                                                              Max