martedì 6 ottobre 2015

QUANTO GUADAGNA (davvero) DI BATTISTA????

                                                

Stipendio parlamentari: quanto guadagna (davvero) Di Battista?


Nelle puntate dei talk show che hanno come ospite Alessandro Di Battista arriva sempre un momento in cui, a proposito degli stipendi dei parlamentari, il presentatore rivolge al deputato Cinque Stelle la fatidica domanda: “Ma lei, onorevole, quanto prende ogni mese?”. E’ successo da Vespa a Porta a Porta, da Porro a Virus su Rai2 e di recente anche da Del Debbio a Quinta Colonna su Rete4.
A questo punto gli occhi Di Battista si umettano come quelli del gatto con gli stivali di Shrek: “Percepisco tremila euro al mese netti, mentre i parlamentari degli altri partiti circa tredicimila, quattordicimila…”. E nello studio televisivo di turno paiono riecheggiare le note di Gabriel’s oboe di Ennio Morricone, la commovente colonna sonora del film The Mission che accompagna anche gli spot dell’OttoxMille alla Chiesa Cattolica.
I fatti, purtroppo per Di Battista, stanno diversamente. Basta andare su tirendiconto.it – sito utilizzato dai parlamentari del M5S per la rendicontazione di entrate e spese – e dare un’occhiata alle cifre per accorgersi che quello di Di Battista è un giochino semantico assai furbo. Sia chiaro: qui non si fa nessuno scoop. I dati sono online, chiunque può prenderne visione. E su Youtube già da tempo circolano video che evidenziano le omissioni di Di Battista sulla questione stipendio. Ma, come dicevano i latini, repetita iuvant.
Gli ultimi dati disponibili, relativi a febbraio 2015, ci dicono che Alessandro Di Battista ha percepito in quel mese uno stipendio netto di 5.246,55 €. Di questi, il deputato grillino ha restituito 2.035,39 €, tenendo per sé 3.211,16 €: ovvero i famosi “tremila euro al mese” di cui sopra.
alessandro_di battista_stipendio2
Come tutti i parlamentari, però, Di Battista percepisce mensilmente anche diaria e rimborsi destinati alle spese generali e di esercizio del mandato, che per il mese di febbraio ammontano complessivamente a 8.062,39 €. Di questi, Di Battista ha tenuto per sé, spendendoli, 5.515,17 €, e ha restituito 2.546,65 €. Complessivamente, tra stipendio netto e rimborsi, Di Battista a febbraio ha restituito 4.582,04 €, tenendo per sé “solo” 8.726,90 € sui 13.308,94 € disponibili.

Il giochino semantico di Di Battista

Ora, dov’è lo scandalo? Da nessuna parte, anzi. A Di Battista – e a tutti i Cinque Stelle – fa onore un gesto come la restituzione di una parte delle proprie entrate mensili. Ma allora perché andare in tv a dire “io guadagno tremila euro al mese, mentre gli altri circa tredici-quattoridicimila” (come al minuto 00:26:55 della puntata di Virus dello scorso 12 marzo)?
Il trappolone semantico sta tutto qui: quando Di Battista parla di sé, menziona solo il netto del suo stipendio, tacendo sui rimborsi spese esentasse che comunque percepisce; al contrario, quando parla delle entrate degli altri, butta nello stesso calderone stipendio netto e rimborsi, dando allo spettatore l’impressione che i deputati della Casta guadagnino il quadruplo rispetto a lui e agli altri esponenti della scuderia Grillo.
Ragazzi siete con le palle non lo nego......mai sodi sono soldi e vergini in Parlamento "NESSUNO" !!!!

                                                                                                                                 Max

domenica 4 ottobre 2015

MILLE CONTRADDIZIONI !!!!!

La memoria storica del comunismo italiano


gramscifoto
Nell’orazione funebre per Pietro Ingrao, Alfredo Reichlin si è chiesto il perchè il gruppo dirigente postcomunista non abbia fatto il dovuto per preservare la storia dei comunisti italiani e oggi Emanuele Macaluso stigmatizza l’intervista di Renzi a Repubblica, in cui il segretario del PD rivendica tutto sommato come positivo, per il suo partito, il non avere storia.
Ora, io penso che non si tratti di essere stati capaci o meno di custodire una storia e che il problema non sia certo Renzi che arriva buon ultimo a infliggere ferite nel corpo già morto della sinistra postcomunista italiana.
Il problema stava nella tesi di fondo che animò la svolta occhettiana e che sia Macaluso sia Reichlin fecero propria certificando il suicidio loro e di un intero corpo partitico. La tesi era quella che voleva l’esperienza e l’ideologia dei regimi del socialismo reale come la fonte primaria della cultura e dell’azione politica dei comunisti italiani.
Inoltre, diceva ancora quella tesi, dal momento che Marx rappresentava il riferimento comune dell’esperienza italiana e di quella sovietica, PCI e comunisti dell’Est erano accomunati dalla crisi del marxismo, dal totalitarismo e dal suo crollo.
Quella tesi non considerava alcune cose che invece Macaluso e Reichlin – assieme a tutta la dirigenza del PCI – sapevano invece benissimo:
1) il marxismo italiano (assieme a quello occidentale che era cosa a sua volta diversa da quello italiano) non era la stessa cosa di quello sovietico, sia per il contributo straordinariamente originale del pensiero di Gramsci, sia per l’ambito italiano di pensiero che ha privilegiato nei secoli la concretezza della vita e lo sforzo della cultura materiale e civile per rispondere alla sfida della compenetrazione tra egoismo e bene pubblico;
2) il marxismo sovietico fu materialismo dialettico, cioè adorazione del dato e della dottrina come verità secolarizzata, quello italiano si caratterizzò come storicismo assoluto che criticava continuamente il dato e affidava al partito non tanto l’applicazione di un’ideologia quanto la crescita della consapevolezza di essere parte di un popolo, di una forza sociale che diviene conscia di sé e si libera solo nello scontro etico e politico con altre forze contrastanti. Solo così teoria e prassi si unificano, e il processo di liberazione procede dalla costruzione di un’autonoma visione del mondo che sappia diventare egemonica. Il realismo gramsciano è infatti incentrato sulla trasformazione sociale come fatto che si verifica se si è in grado di affrontare il corso del mondo, se si è capaci di immergersi nel destino, poiché si è sempre prodotti da determinate condizioni sociali, culturali e geografiche. Per Gramsci, allora, nessun automatismo di cambiamento procederà dalla struttura;
3) il comunismo italiano teorizza la compenetrazione tra classe e nazione e l’idea della vita italiana al socialismo proprio per rispondere alla concretezza della vita che necessita di un quadro simbolico legato all’esistenza e alle sue grandi domande. Dunque, tradizione e e identità nazionale servono per ancorare la passione civile e la lotta politica a quel quadro culturale e simbolico che non è solo prodotto dai dominanti ma è il risultato della concreta stratificazione di passioni, pensieri, tentativi, invenzioni e pietà popolare proprie della civiltà italiana, territorio per territorio;
4) Gramsci e Togliatti teorizzarono la funzione nazionale del partito (che è cosa ben diversa dal partito della nazione) proprio per affermare il ruolo del partito nella storia d’Italia, fuori da qualsiasi dottrina da applicare alla realtà come una lama violenta in grado di separare le classi, le culture, e il passato dal presente, un presente immobile e senza storia di una società “finalmente” libera;
5) il marxismo italiano si giovò di quella straordinaria concettualizzazione della “rivoluzione passiva” che è chiave di lettura fondamentale per pensare la complessità sociale e per provare a trasformarla nel lungo periodo, grazie al partito e al lavoro molecolare di compenetrazione tra Stato e società civile;
6) guarda caso, quella cultura di fondo riuscì a tenere assieme anime molto diverse tra loro e tenne alta nel nostro paese la sensibilità democratica e saldi i legami sociali nelle nostre regioni, nelle nostre città e nei nostri paesi in cui le sedi di partito erano non solo un presidio di democrazia ma anche di solidarietà, fratellanza e pietà popolare in diretta e feconda competizione con i campanili delle parrocchie.
Ecco, avevamo una storia da difendere, ma non per dire semplicemente che noi comunisti italiani eravamo diversi da quelli dell’Est o per mantenere una riserva di orgoglio delle nostre radici, ma per orientarci nel futuro, per avere ancora una cultura politica e non essere preda dell’americanismo consumista, della postdemocrazia, del leaderismo e della rinascita dei notabilati che stanno rifeudalizzando l’Italia utilizzando il marchio, il nome, dei vari partiti che partiti, ovviamente, più non sono.
Il vulnus di fondo, la vera ferita mortale, fu nella cultura della svolta occhettiana, in quel biennio nefasto e nero tra la fine dell’Ottantanove e l’inizio del 1991 in cui il PCI si dissolse e uccise qualsiasi speranza per il futuro, proprio perché decise di non avere più storia e cultura politica.
È brutto dire “ve l’avevamo detto”, ma è bello almeno dire: sono felice di essere stato, giovanissimo, assieme a grandi uomini e donne che in quel nefasto biennio di dissoluzione mi hanno insegnato a essere uomo e mi hanno lasciato in eredità un pensiero e una cultura.

                                                                                                      Max