domenica 4 ottobre 2015

MILLE CONTRADDIZIONI !!!!!

La memoria storica del comunismo italiano


gramscifoto
Nell’orazione funebre per Pietro Ingrao, Alfredo Reichlin si è chiesto il perchè il gruppo dirigente postcomunista non abbia fatto il dovuto per preservare la storia dei comunisti italiani e oggi Emanuele Macaluso stigmatizza l’intervista di Renzi a Repubblica, in cui il segretario del PD rivendica tutto sommato come positivo, per il suo partito, il non avere storia.
Ora, io penso che non si tratti di essere stati capaci o meno di custodire una storia e che il problema non sia certo Renzi che arriva buon ultimo a infliggere ferite nel corpo già morto della sinistra postcomunista italiana.
Il problema stava nella tesi di fondo che animò la svolta occhettiana e che sia Macaluso sia Reichlin fecero propria certificando il suicidio loro e di un intero corpo partitico. La tesi era quella che voleva l’esperienza e l’ideologia dei regimi del socialismo reale come la fonte primaria della cultura e dell’azione politica dei comunisti italiani.
Inoltre, diceva ancora quella tesi, dal momento che Marx rappresentava il riferimento comune dell’esperienza italiana e di quella sovietica, PCI e comunisti dell’Est erano accomunati dalla crisi del marxismo, dal totalitarismo e dal suo crollo.
Quella tesi non considerava alcune cose che invece Macaluso e Reichlin – assieme a tutta la dirigenza del PCI – sapevano invece benissimo:
1) il marxismo italiano (assieme a quello occidentale che era cosa a sua volta diversa da quello italiano) non era la stessa cosa di quello sovietico, sia per il contributo straordinariamente originale del pensiero di Gramsci, sia per l’ambito italiano di pensiero che ha privilegiato nei secoli la concretezza della vita e lo sforzo della cultura materiale e civile per rispondere alla sfida della compenetrazione tra egoismo e bene pubblico;
2) il marxismo sovietico fu materialismo dialettico, cioè adorazione del dato e della dottrina come verità secolarizzata, quello italiano si caratterizzò come storicismo assoluto che criticava continuamente il dato e affidava al partito non tanto l’applicazione di un’ideologia quanto la crescita della consapevolezza di essere parte di un popolo, di una forza sociale che diviene conscia di sé e si libera solo nello scontro etico e politico con altre forze contrastanti. Solo così teoria e prassi si unificano, e il processo di liberazione procede dalla costruzione di un’autonoma visione del mondo che sappia diventare egemonica. Il realismo gramsciano è infatti incentrato sulla trasformazione sociale come fatto che si verifica se si è in grado di affrontare il corso del mondo, se si è capaci di immergersi nel destino, poiché si è sempre prodotti da determinate condizioni sociali, culturali e geografiche. Per Gramsci, allora, nessun automatismo di cambiamento procederà dalla struttura;
3) il comunismo italiano teorizza la compenetrazione tra classe e nazione e l’idea della vita italiana al socialismo proprio per rispondere alla concretezza della vita che necessita di un quadro simbolico legato all’esistenza e alle sue grandi domande. Dunque, tradizione e e identità nazionale servono per ancorare la passione civile e la lotta politica a quel quadro culturale e simbolico che non è solo prodotto dai dominanti ma è il risultato della concreta stratificazione di passioni, pensieri, tentativi, invenzioni e pietà popolare proprie della civiltà italiana, territorio per territorio;
4) Gramsci e Togliatti teorizzarono la funzione nazionale del partito (che è cosa ben diversa dal partito della nazione) proprio per affermare il ruolo del partito nella storia d’Italia, fuori da qualsiasi dottrina da applicare alla realtà come una lama violenta in grado di separare le classi, le culture, e il passato dal presente, un presente immobile e senza storia di una società “finalmente” libera;
5) il marxismo italiano si giovò di quella straordinaria concettualizzazione della “rivoluzione passiva” che è chiave di lettura fondamentale per pensare la complessità sociale e per provare a trasformarla nel lungo periodo, grazie al partito e al lavoro molecolare di compenetrazione tra Stato e società civile;
6) guarda caso, quella cultura di fondo riuscì a tenere assieme anime molto diverse tra loro e tenne alta nel nostro paese la sensibilità democratica e saldi i legami sociali nelle nostre regioni, nelle nostre città e nei nostri paesi in cui le sedi di partito erano non solo un presidio di democrazia ma anche di solidarietà, fratellanza e pietà popolare in diretta e feconda competizione con i campanili delle parrocchie.
Ecco, avevamo una storia da difendere, ma non per dire semplicemente che noi comunisti italiani eravamo diversi da quelli dell’Est o per mantenere una riserva di orgoglio delle nostre radici, ma per orientarci nel futuro, per avere ancora una cultura politica e non essere preda dell’americanismo consumista, della postdemocrazia, del leaderismo e della rinascita dei notabilati che stanno rifeudalizzando l’Italia utilizzando il marchio, il nome, dei vari partiti che partiti, ovviamente, più non sono.
Il vulnus di fondo, la vera ferita mortale, fu nella cultura della svolta occhettiana, in quel biennio nefasto e nero tra la fine dell’Ottantanove e l’inizio del 1991 in cui il PCI si dissolse e uccise qualsiasi speranza per il futuro, proprio perché decise di non avere più storia e cultura politica.
È brutto dire “ve l’avevamo detto”, ma è bello almeno dire: sono felice di essere stato, giovanissimo, assieme a grandi uomini e donne che in quel nefasto biennio di dissoluzione mi hanno insegnato a essere uomo e mi hanno lasciato in eredità un pensiero e una cultura.

                                                                                                      Max

giovedì 10 settembre 2015

IL PUTTANISMO CHE AVANZA !!!!!


                                                              



Riforme, a palazzo Madama è partito lo scouting di Lotti e Verdini. Si parte dell'Idv e da due toscani doc, ma è solo l'inizio
I nuovi “valori” dell’Italia renziana contagiano anche il partito che fu di Tonino Di Pietro, falange “giustizialista” e anti-berlusconiana degli ultimi lustri. Al Senato il partito risorge con due senatori per andare in soccorso del governo sulle riforme. Maurizio Romani e Alessandra Bencini affermano solennemente in conferenza stampa: “L’importante è che si facciano le riforme e che alla fine i cittadini possano dire la loro con il referendum”.
Maurizio Romani è un medico di Castel San Nicolò, in provincia di Arezzo, feudo di Maria Elena Boschi e Alessandra Bencini è una infermiera di Scandicci, comune a due passi dalla capitale del renzismo. Solo qualche giorno fa Romani e Bencini, che da tempo avevano lasciato il partito di Grillo, si erano fatti vedere alla conferenza stampa della minoranza Pd per esprimere totale condivisione alle critiche sulle riforme. Poi l’intervento del potente sottosegretario alla presidenza ha prodotto la folgorazione sulla via del renzismo. È il primo, visibile risultato dello scouting di Luca Lotti. Nelle sue intenzioni l’Italia dei Valori dovrebbe diventare un satellite di sinistra del partito di Renzi, avversario alla minoranza dem. E negli ultimi giorni si è intensificato il corteggiamento (alla Camera) di Nello Formisano, storico dirigente dell’era Di Pietro. Prossimi obiettivi di Lotti i verdi di Bartolomeo Pepe e Paola De Pin, altra micro-componente del misto.
A Palazzo Madama è l’ora dello scouting di Luca Lotti e Denis Verdini, ovvero l’ora della grande rivincita sul metodo Mattarella, quello caratterizzato dall’apertura a sinistra, ad opera dei falchi del renzismo. Raccontano che il pallottoliere del Senato è, in questi giorni, la principale preoccupazione del sottosegretario. A lui spetta il fronte sinistro, a Denis quello destro. Con l’obiettivo di raggiungere un margine di sicurezza numerica prima che le riforme vengano calendarizzate. Per ora, anche nell’ultima capigruppo, non se ne è parlato. E per le prossime due settimane non andranno in Aula. Segno che il governo ha bisogno di tempo perché, al momento, “andrebbe sotto”. La principale argomentazione per convincere quelli del misto è questa: “Se non passano le riforme si vota. Dunque poiché sei senza seggio votarle significa allungare la permanenza alla Camera fino al 2018”.
Verdini, si sa, è più ardito. Ecco perché quando ha chiamato Domenico Auricchio (Mimmo per gli amici) si è lasciato andare al più classico dei “chiedi e ti sarà dato” in termini di incarichi politici. Ma pare non aver fatto breccia. Tra i contattatati anche Franco Cardiello Sante Zuffada, legato all’ex coordinatore Mario Mantovani, da tempo insofferente verso la gestione di Forza Italia. A cui si sono aggiunti quelli di Ncd. Dove, come anticipato dall’HuffPost, 15 senatori sono pronti a non votare le riforme: “Ma che state a fare dentro Ncd – è stato il messaggio di Verdini – venite con me che conterete di più”. Per convincere il gruppo calabro-lucano di Guido Viceconte e Tonino Gentile, Verdini ha arruolato alla causa pure il parlamentare di Forza Italia Pino Galati, calabrese. Al momento i numeri non ci sono, perché la minoranza Pd non solo non perde pezzi, ma il primo effetto dello scouting è di aver rafforzato i “ribelli” nelle loro convinzioni perché “se questi sono i metodi allora non ci sono davvero più margini”.
Ed è anche per questo che il duo Lotti-Verdini si sta muovendo anche in direzione Forza Italia, campo che appare più arabile della sinistra. Perché tra i 44 senatori c’è un gruppo che ha sempre avuto rapporti amichevoli col governo (e con Renzi) come Barnabò Bocca, Riccardo Villari, Franco Carraro. Basta vedere lo storico delle votazioni per capire quanto “soccorso azzurro” c’è stato nel garantire il numero legale evitando di mandare sotto il governo in diverse occasioni. Dall’Italia dei Valori a Forza Italia. La forza dei valori. 
fonte : L' HUFFINGTON POST 
 
                                                                                                                                 Max