martedì 6 novembre 2018

LA VERGOGNA E IL SILENZO PER LO YEMEN.............

Vergogna Yemen, gli Usa frenano ma i sauditi come con Khashoggi...


La morte della piccola Amal, uccisa di fame nello Yemen. Gli Stati Uniti dalle sensibilità politiche elettorali ora chiedono la fine della guerra, ma subito nuovi bombardamenti sauditi.
-Cronache e denunce dal New York Times, The Times ed El Pais



Due giorni fa Amal
Vergogna Yemen: è morta Amal, la bambina simbolo della guerra dimenticata. “Il mio cuore è infranto”, ha detto sua madre, Mariam Ali. “Amal sorrideva sempre. Ora sono preoccupata per i miei altri figli”. 1,8 milioni di bambini nel paese soffrono di malnutrizione a causa del conflitto.


Sensibilità elettorali Usa
Gli Stati Uniti dalle sensibilità politiche elettorali, sempre due giorni fa chiedono la fine della guerra. L’orrore emotivo per le immagini di Amal che il New York Times decide di mettere in prima pagina, e l’indignazione non ancora sopita, per l’assassinio di Stato, con l’oppositore Khashoggi fatto letteralmente a pezzi. Troppo poco regale, ed amici decisamente imbarazzanti anche per l’attuale Casa Bianca.

The Times, UK
«Mattis and Pompeo demand immediate ceasefire in Yemen’s war». Dunqe, i noti guerrafondai Usa Mattis e Pompeo chiedono l’immediato cessate il fuoco nella guerra in Yemen. Svolta radicale, visto il sostegno politico e di armamenti alla coalizione saudita che massacra. Ovviamente i due prima se la prendono con i ribelli Houti, quelli sotto attacco ma dalla ‘parte sbagliata’ del nemico numero uno Iran.

Miracoli trumpiani
E anche i miracoli devono avvenire di corsa negli Stati Uniti sovranisti: dopo tre anni di massacri, trenta giorni per la pace. Altrimenti ci arrabbiamo? Consultazioni in Svezia sotto il patrocinio Onu da iniziare entro novembre per arrivare alla ‘smilitarizzazione dei confini’, rassicurazione saudita, e tutti gli armamenti pesanti sotto osservazione internazionale, fantastica Pompeo che ogni tanto regredisce alle pensate Cia. Ovviamente la prima mossa, ‘cessate il fuoco totale e subito’, tocca ai ribelli Houti.

Britannici scetticismi
Il giorno prima Alistair Burt, il ministro britannico per il Medio Oriente, aveva discusso contro una tregua, sostenendo che sarebbe inutile senza un processo politico parallelo. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti forniscono entrambi sostegno alla coalizione guidata dai sauditi e sono i due principali fornitori di armi del mondo in quella guerra. Jeremy Konyndyk, l’ex dell’assistenza Usa americana contro il disastro umanitario già avverte Pompeo della partenza a piede sbagliato.

Nel frattempo si muore
L’Onu avverte che una incombe una catastrofica carestia causata dal blocco aereo e navale della coalizione che sta mettendo a rischio 14 milioni di vite. Potrebbe essere la peggiore carestia in un secolo. L’Onu denuncia oltre 16.000 vittime causate da attacchi aerei dalla coalizione saudita. Valutazioni britanniche con dati raccolti sul territorio parlano di almeno 56.000 persone uccise nella guerra, dalla fame e alla epidemia di colera in corso.

Risposta regale saudita
Per questa cronaca passiamo allo spagnolo, El Pais. «Nuevo bombardeo saudí en Yemen a pesar del llamamiento de EE UU al cese de la guerra». Nuovo bombardamenti saudita nello Yemen, nonostante appello degli Stati Uniti per la cessazione della guerra. E l’orrore, sentite questa, che tutto parte dalla base aerea di Al Dailami, aeroporto militare della capitale, mentre l’aeroporto internazionale di Sana’a, è di fatto chiuso anche per l’Onu che l’utilizza per il trasporto di aiuti umanitari e l’ingresso e l’uscita del proprio personale, quando ci riesce.



Opportunismi elettoral-politici
Mentre il governo yemenita di Hadi afferma di essere disposto a cercare una soluzione politica, la coalizione saudita è rimasta in silenzio, ed ha anzi annunciato l’invio di 10.000 soldati al fronte di Hodeida, l’unico grande porto nelle mani degli huthi, da cui arriva il 70% dei già inadeguati auti umanitari. Considerazione politica finale: «De ahí que algunos observadores hayan querido ver en la vulnerabilidad saudí tras el caso Khashoggi una posibilidad para la Casa Blanca de acabar con la guerra de Yemen y las presiones que desde hace meses le genera en el Congreso». Vulnerabilità saudita dopo caso Khashoggi e la Casa Bianca a fare i conti con le pressioni del Congresso...

venerdì 26 ottobre 2018

I 5 STELLE E LA COSTITUZIONE...........


Per difendere la Costituzione il Movimento 5 Stelle salì perfino sul tetto della Camera dei deputati. Durante la campagna referendaria contro la riforma Renzi-Boschi un indiscutibile feeling legava i Grillini al “popolo della Costituzione”: un rapporto che si è tradotto almeno in parte anche in un voto (nonostante i tanti dubbi sull’assenza di democrazia interna, sull’assenza di un dissenso articolato e riconoscibile).

Ebbene, oggi quel rapporto è in piena crisi: se non definitivamente incrinato, certo in veloce logoramento.
Una parte rilevante del “popolo della Costituzione” inizia a pensare che tra il Movimento e la Carta ci sia un rapporto simile a quello tra la Sinistra e la giustizia sociale: una bandiera per quando si è all’opposizione, un intralcio da cui liberarsi non appena si arriva al governo. Non è, d’altra parte, un caso: il costituzionalismo moderno è leggibile come la costruzione della difesa dei cittadini dal potere dei governi. Le costituzioni legano, intralciano, impongono pesi e mettono argini: tutte cose che servono proprio a limitare l’arbitrio di chi è sopra, a beneficio di chi è sotto. Ed è evidente che tutto guida l’azione di governo del Movimento tranne che la bussola dei valori costituzionali.
Sia chiaro: non c’è, almeno per ora, un attacco formale alla Costituzione. A differenza di quelle partorite da Berlusconi e da Renzi, le riforme costituzionali proposte dal ministro Fraccaro, comunque le si valutino nel merito, sono formalmente rispettose dell’articolo 138 e ispirate alle buone pratiche suggerite in questi anni dai costituzionalisti. Ed è questo, sia detto per inciso, il motivo per cui la «Zagrebelsky e associati» (come la definisce quasi quotidianamente il Foglio) non è in armi contro questo Governo, o almeno non sul fronte costituzionale. La tesi del Foglio è che dopo aver urlato “al lupo” contro chi lupo non era (Berlusconi e Renzi), ora i “professoroni” tacciono contro i veri lupi della Costituzione (i 5 Stelle). Una tesi nutrita di evidente malafede: perché da una parte c’erano stravolgimenti formali approvati dalle Camere, qua si parla di dichiarazioni, di stile, di silenzi.
C’è tuttavia una punta di verità in questa caricatura tendenziosa, che però ribalterei nei seguenti termini: la stessa malattia che ha colpito i berlusconiani e i renziani sembra ora attaccarsi ai grillini. Se quelli avevano la febbre a 40, qua si comincia a registrare un 37,5 da non trascurare. È una conclusione che sembra fatta apposta per fare imbestialire tutte le tifoserie, ma sembra purtroppo la più vicina alla verità: e cioè che i grillini non sono troppo alieni, ma troppo normali. E la normalità culturale di questo momento storico, in realtà la normalità di gran parte della storia politica dell’Italia unita, è un netto antiparlamentarismo, nutrito di diffidenza verso la democrazia rappresentativa; è la retorica della democrazia diretta; è la passione per la prevalenza dell’esecutivo sul legislativo; è l’attrazione per la disintermediazione. Era questa la cifra delle riforme berlusconiane e renziane: e questa sta diventando anche la cifra dei 5 Stelle di governo.
L’antiparlamentarismo militante è il tratto più evidente della retorica di Di Maio e compagni. L’identificazione del Parlamento con la “casta” (la battaglia esasperata sui vitalizi), l’annunciata riduzione dei parlamentari (contraddittoria con gli ideali di democrazia diretta, visto che allenta e annacqua ancora il nesso rappresentante-rappresentati) e soprattutto la dichiarata volontà di andare verso il vincolo di mandato dimostrano il disamore verso l’impianto parlamentare, che è il cuore procedurale della nostra Costituzione. E anche la prospettiva di un referendum propositivo senza quorum sembra del tutto indifferente agli equilibri della democrazia: davvero siamo pronti a farci imporre le leggi da una minoranza agguerrita?
Se queste sono le riforme annunciate, c’è poi la prassi del Governo del cambiamento: che non cambia un accidenti, perché si nutre di decretazione d’urgenza esattamente come per i governi precedenti. Un esempio scandaloso: il Decreto Sicurezza, che limita in modo gravissimo le libertà e le garanzie costituzionali (nonostante l’incredibile firma di Mattarella, presidente assai più sensibile alle regole di bilancio che non ai diritti umani) e che è passato come necessario e urgente senza essere né l’uno né l’altro.
Aggiungiamo il (pessimo) folklore: le uscite di Casaleggio sulla futura inutilità dei parlamenti e di Grillo sui poteri costituzionali del Capo dello Stato: parole in libertà, ma parole che guarda caso vanno nella stessa direzione degli altri segnali citati. Ancora: la totale disintermediazione che porta a fare il DEF senza confrontarsi con le parti sociali, nel miglior stile renziano. Le intemerate di Di Maio contro i giornali: che fanno capire che il vicepresidente del Consiglio, nel migliore dei casi, non ha capito quali sono i limiti anche verbali dell’esecutivo in una democrazia moderna.
E poi c’è la sostanza. Berlusconi e Renzi erano lontani anni luce dalla Costituzione non solo perché hanno provato a stravolgerla formalmente: quella fu la conclusione. Ne erano remoti perché non ne condividevano il progetto: l’Italia che avrebbero creato se avessero avuto la bacchetta magica sarebbe stata profondamente diversa, per larghi tratti opposta, a quella immaginata dalla Costituzione.
Nel famoso discorso del 1955 ai giovani di Milano Piero Calamandrei disse:
«La parte più viva, più vitale, più piena d’avvenire, della Costituzione, non è costituita da quella struttura d’organi costituzionali che ci sono e potrebbero essere anche diversi: la parte vera e vitale della Costituzione è quella che si può chiamare programmatica, quella che pone delle mete che si debbono gradualmente raggiungere e per il raggiungimento delle quali vale anche oggi, e più varrà in avvenire, l’impegno delle nuove generazioni … La Costituzione deve essere considerata, non come una legge morta, deve essere considerata, ed è, come un programma politico. La Costituzione contiene in sé un programma politico concordato, diventato legge, che è obbligo realizzare».
Qual è il cuore di questo programma? Ancora Calamandrei:
«Dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità d’uomini. Soltanto quando questo sarà raggiunto si potrà veramente affermare che la formula contenuta nell’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”, corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica».
Ebbene: in che direzione va la politica del Governo in cui i 5 Stelle sono gli azionisti principali? La politica razzista sui migranti, la stretta “texana” sulla legittima difesa danno o tolgono «a tutti gli uomini dignità d’uomini»? L’ulteriore spallata alla progressività fiscale (caposaldo della Costituzione) sferrata dalla presenza della flat tax nel contratto di governo? Il reddito di cittadinanza fatto così va verso «il pieno sviluppo della persona umana» o no?
Certo, ci sono anche segnali contrastanti: la lotta alle privatizzazioni e quella (però confusa e senza un progetto) contro l’austerità europea, per esempio. Ma, dobbiamo chiederci, l’Italia che i 5 Stelle stanno iniziando a costruire va verso l’Italia della Costituzione, o – come prima, come sempre – va in direzione opposta?
La domanda è urgente, le risposte per nulla tranquillizzanti.
                                                                                    articolo di Tomaso Montanari