Susanna Polloni, storia di un ritorno. A Venezia
Tutte le notti sognavo Venezia e nel sogno nuotavo nei canali, li percorrevo tutti e l’acqua a volte era melmosa, a volte limpida.
Questo sogno non lo sogna più perché a Venezia ci è ritornata tre anni fa, per starci.
Nata
e cresciuta al Lido di Venezia, con il matrimonio si è trasferita a
Verona dove ha esercitato la sua attività di paleografa (specialista
che studia l'evoluzione delle scritture antiche) e codicologa
(disciplina che studia il libro manoscritto antico), è diventata
mamma di cinque figli e ha sempre coltivato la nostalgia del ritorno.
Tornare
nei fine settimana e alle feste non mi bastava più, le radici con il
territorio e con gli affetti si recidevano continuamente e ogni volta
bisognava ricrearle. Confrontandomi con altre persone mi sono accorta
che questo legame con la città è quasi ombelicale per un veneziano.
Venezia si percorre a piedi, tutti si conoscono e spesso
s’incrociano, si salutano, si danno parola. Tornare a casa, per me,
era un’urgenza e, quando si è avverata, l’emozione ha preso il
sopravvento. Come
hai festeggiato ?
Con
delle passeggiate in tutto il territorio comunale, in compagnia di
Andrea (Martini, ndr). Ci siamo fatti guidare da un estratto di
Ferdinando Pessoa tratto daI
“libro dell’inquietudine”che
dice così: E,
alla fine, arrivano sempre i ricordi, con le loro nostalgie e la loro
speranza, e un sorriso di magia alla finestra del mondo, quello che
vorremmo, bussando alla porta di quello che siamo.
Questa frase si basa sul valore del ricordo non nostalgico, ma come punto di partenza per costruire un futuro partendo dalla memoria. Ognuno di noi ha un’idea di città frutto di esperienze vissute. La mia personale contempla una città nuova ma con uno sguardo al passato ricostruendo tessuti sociali ed economici che negli ultimi quarant’anni si sono lacerati.
Mi
pare di capire che queste passeggiate hanno risvegliato la tua
memoria.
In
ogni percorso io e il mio Virgilio (Andrea) abbiamo incontrato
rappresentanti di comitati, di associazioni, di gruppi spontanei, di
associazioni sindacali e, tra un caffè e un invito a pranzo, sono
emerse le criticità presenti in tutto il territorio comunale e la
necessità di sanarle.
Gli obiettivi sono presto detti: industria sostenibile a Marghera, negozi di vicinato, sostegno ai negozi artigiani, servizi pubblici essenziali il più possibile internalizzati. In una città che sta perdendo l’anima, diventa imperativo ricostruire un tessuto socio economico che favorisca il suo ripopolamento.
Ma,
al di là della memoria, cosa hai trovato tornando a casa?
Ho
ritrovato la mia città, soprattutto a livello umano, nonostante il
degrado generale. Ho trovato cittadini combattivi e non proni. Penso
che questo forte senso identitario sia una peculiarità dei veneziani
che non ho riscontrato altrove. Di fronte a questo non potevo non
dare il mio contributo.
Con una carissima amica d’infanzia, Roberta, abbiamo creato la Rete solidale per la casa e da lì si sono tessute reti che poi si sono diramate in tutto il territorio comunale.
Che cosa rimane delle passeggiate?
Originariamente dovevano confluire in un documentario, poi sono diventate pagine di un libro che, pur scritto da me, coinvolge tutta la rete di persone coinvolte. La città violata, questo il titolo, non è un atto d’accusa, non solo una constatazione dello stato attuale, ma uno sprone al cambiamento che ognuno di noi può operare attraverso la memoria.
Pessoa docet (la persona insegna).
Max


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